Diorama

«Nel Diorama il tempo non ci può far male

Non c’è prima non c’è poi

Solo l’apice di vite singolari

L’illusione che non marciranno mai»

Continueremo a comunicare senza dire una parola

nel mondo parallelo che ho immaginato per noi

dove l’attimo è un fermo immagine

un fotogramma che non stanca mai

che non passa mai di moda

Un bacio che sta per sbocciare

Una carezza sospesa a un millimetro dalla mia guancia

Occhi chiusi e ti sento tra i capelli

E facce sovraesposte

Fermi all’attimo prima della realtà

Nella realtà, invece, continueremo a parlare come gli estranei che siamo, ad esaltare la mente e unire le intelligenze, dar vita ai più bassi intrighi per sventare inganni da basso impero, sempre col rispetto del politically correct, citando le migliori tra musica e letteratura.

Negli occhi guardarci mai, nemmeno al buio o sotto una pioggia di birra, cancellare gli impulsi se possibile, o -in subordine- soffocarli. Soffocarci fino all’asfissia, spegnere il desiderio col pantoprazolo e poi rianimarlo riascoltando di nascosto le nostre voci con gli auricolari prima di dormire.

Chiudere gli occhi sfiniti e ritrovarci ancora in quell’attimo su quella spiaggia, nelle vite che mai vivremo.

Ad libitum

*ON AIR: BAUSTELLE-DIORAMA*

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Ipnosi

Oggi è stata una giornata stupefacente: sole dopo un mese di pioggia.

Ho segato al lavoro, ci siamo dati appuntamento nel parcheggio dell’Auchan come quando non ci conoscevamo.

Siamo andati al mare, ti ho portato nel mio giardino segreto fatto di sassi, salsedine, vento e rocce grigie.

Ma c’era il sole.

Volevi parlare ma non mi andava.

Mi guardavi, ma non era ciò che volevo.

A peso morto sul muretto come due asteroidi schiantati nello stesso istante

Sullo stesso pianeta ma così distanti

Ho messo su le cuffie, un auricolare per ciascuno

Per prenderlo hai schiacciato il tuo corpo sul mio

E non aveva peso

Hai avvicinato la bocca alla mia

Gli occhi ai miei-e non ti vedevo più

Hai respirato sulla mia pelle e non mi hai toccata

Siamo restati lì per sempre

“Dentro un cerchio nell’attimo prima che si chiuda”

Senza consumare il tempo, né il luogo

***

Siamo nulla, non esistiamo nemmeno

Siamo chiusi in un universo parallelo

perfetto e immobile così.

*ON AIR: NORAH JONES-DON’T KNOW WHY*

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verranno a chiederti

scrivo piccolo piccolo, sepolta da nubi di piombo;

che senso ha essersi scafata, sgusciata via dal baccello per poi andare a finire tra la rete e il materasso? mi sento una fava nuda messa lì per provare presunte doti principesche di chissà chi -unico e indivisibile è il mio dolore, liscio  e duro, che non lo puoi scalfire con nulla; sordo, muto e cieco, una mutilazione otorinolaringoiatrica, un’invalidità negata.

il mio dolore è sterile come lo sono io: un particolato sospeso nel metano, atmosfera incompatibile con la vita, un bolo che scivola via dentro e trascina tutto attorno a sé, mi faccio valanga attorno al mio dolore e pure la mia faccia cambia. bianca che sembro una morta, incompatibile con la vita, kajal ben sbavato per accentuare borse e occhiaie che da mesi hanno inghiottito gli occhi di Pollyanna e spento ogni luce.

qualche lacrima clandestina non trova più la via della guancia rosea e torna indietro, in dentro, questo pianto fallito mi ricorda che  sto scivolando dentro il Nulla e mi tiene a testa in giù solo l’unghia del mellino impigliata nella pelliccia di Fùcur.

n° 12 l’Appeso, mi sono avvelenata, Atreyu

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Like The Ancient Mariner

Saranno i baci

che non ci siamo dati

a salvarci il cuore

 

dalla bonaccia estiva,

non uno scroscio d’acqua

 

(tanka 5/7/5/7/7)

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Veronica Verrai

– Stai bene? E soprattutto, sorridi?

Sono allo stato liquido, ogni tanto scrivo qualche haiku…

Torrida estate_____________________________ Nella caverna
labbra screpolate___________________________ rapide tumultuose
in terra sterile_____________________________ sotterranee

Sto così, in cielo in terra e sottoterra

On Air: Veronica Verrai-Adriano Celentano

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Everyone is a Survivor

Trasformarsi in un buco nero
Attirare tutto dentro e niente che ne esca.

Che fine facciano, poi, tutte
le delusioni
le arrabbiature
le gioie per sé e per gli altri
le debolezze
le virtù ed il vizio,
nessuno lo sa.

Nessuno, là fuori, lo sa.
Da fuori quello che sembra è un pozzo
O un sorriso che sgrana la faccia di Luna Piena,
La Luna nel pozzo
O una macchia nera

Oppure, semplicemente, niente.

Come niente è l’intorno:
mettere sempre invariabilmente se stessi al centro di tutto,
dare le colpe agli altri
-soprattutto le colpe che non esistono-
la gioia altrui che diventa una colpa per ciò che non si ha
-e si brama-
pensare che tutto sia dovuto
-per meriti ignoti-
gli innocenti morti solo per essere nati nel posto sbagliato
i costumi corrotti
la guerra tra bande
le bande magnetiche delle carte di credito che fanno Natale
il ribrezzo ignorante di chi urla ‘avanti popolo’
ignorando il popolo
fare un favore quando si pensa di essere al limite della sopportazione
e ricevere un bidone per tutta risposta
sentirsi la solita cogliona
e sapere che lo rifaresti ancora
perché non si può smettere di camminare nelle scarpe altrui
continuare a trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati
perché non si vuol essere trattati come gli altri vorrebbero essere trattati
-cioè dimmerda-

Diventare un buco nero capita,
a volte

Come fosse una necessità per
spegnere il pettegolezzo
e tutte le cose per cui si vive e che non hanno peso,
Come fosse una coperta per tutte le brutture a cui
non si vuole reagire nel modo che renderebbe tale e quale ad esse,

Diventare un buco nero
è sentirsi una busta di plastica
calata in faccia al rumore molesto che sta intorno
e soffocarlo
soffocarlo
… soff….
…ca….
…lo…..
….

.

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#hashtag_1

Che poi vorrei capire quale sia il problema della gente a rimettere le cose nel posto in cui le ha trovate, a lasciarle come le ha trovate.
Vorrei ben vedere se darebbe loro fastidio, nel rientrare a casa la sera dopo una massacrante giornata di lavoro, aprire la dispensa della pasta in cucina e trovarci che so, la carta igienica. E poi in bagno sedersi un attimo per lasciar andare tutte le emozioni opprimenti della giornata e, una volta alleggeriti, aprire lo stipetto della carta igienica e trovarci la lama d’acciaio per scrostare le padelle; méh, per fortuna che il bidet è vicino e ci si potrebbe lavare al volo. Peccato che invece del sapone intimo ci si trovi lo sgrassatore per le piastrelle.
Il pensiero sarebbe immediato: maledetta la domestica, maledetta, ma che le girava in mente oggi a spostare tutta la roba?
Ma non poteva lasciare tutto al proprio posto??
Ecco appunto. Vorrei essere io quella domestica, per farvi capire che si prova, maledetti.

Vabeh, mo che mi sono sfogata vado a cenare: scolo la carta igienica sennò si scuoce, mi pulisco il muso con l’asciugamano, il culo col dorso della mano e le piastrelle? Già, le piastrelle. Ma sai che c’è? Vado proprio a ripormi, ‘ché mi sento un poco esaurita.

Statevi bene.
Cià.

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Acque Chete

Le nubi mute
la primavera pigra
Gradirei il tuono
*************

Se pure ci fosse una deflagrazione nel vuoto dell’universo non udiremmo nulla
Ma sarebbe un big bang

Le cose importanti accadono in silenzio
Mi sento così
avvolta

Mi sfugge ora l’istante preciso in cui
Sono diventata più ermetica
Quello in cui ho cambiato modo di raccontare
Tuttavia non mi manca

Rileggermi è guardare nel pozzo
Ritorna agli occhi una me più giovane
acerba
In un’immagine mossa

È guardare senza suono
Nubi senza tuono

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Antica Eterna Danza

In punta di piedi

passi ovattati su tappeto di nubi
sembrano leggeri
ma il cielo di primavera è carico

.. Aspetta..

per tuonare il tacco

e cambiare il cigno
in un gioioso tip tap

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04/09/1904*

Sono nato Felice.

Anche se non so cos’è. Mio nonno si chiamava così, forse. Babbo e mamma non me lo hanno mai raccontato perché quando ero piccolino non avevo un foghile, un braciere, su cui accovacciarmi la sera insieme ai miei nonni: nonna era morta di parto e nonno aveva la polvere nei polmoni e rimase presto senza fiato; vide giusto giusto mio padre sposarsi. I genitori di mamma non so chi siano.

Noi si è sempre stati una famiglia unita. Quando ero piccolo, ma non piccolino come mio fratello, uscivamo tutti e quattro insieme la mattina nel freddo becco dell’inverno a Bujèrru, ognuno col suo paiolo, per andare alla miniera. Babbo ci dava un bacio sulla fronte pulita ancora per poco, prima di calare nella terra.

E così trascorreva la giornata, come quella precedente e come la seguente, noi e mamma a lavorare fuori e babbo a lavorare dentro. Quando arrivava il cambio di turno tutti noi bambini, pitzinnos, facevamo le scommesse su chi dei nostri padri sarebbe tornato con l’asino più carico. Babbo era tra i più forti, ma non tra i più furbi.

Solo una volta era uscito prima della fine del turno: quando è morto mio fratello, che non era forte come lui e al freddo si ammalava sempre. Aveva nove anni, io quel giorno ne compivo dodici e non mi hanno lasciato andare a interrarlo perché era il mio primo giorno dentro la terra . Quando sono sceso al buio ho pensato che stavo accompagnando mio fratello, anche se io ero vivo e lui no, era un modo per essere uniti ancora una volta.

Noi si è sempre stati uniti. Nella disgrazia.

Io sono diventato più forte anche di babbo, che alla mia età aveva già i polmoni pieni, e un po’ più furbo: l’asino porta fuori solo otto carrelli, ma riesco a farlo partire anche con dieci, non sempre però, perché altrimenti il minimo di cottimo aumenta troppo e ci pagano di meno. Allora i carrelli in più li attacco ai colleghi della mia squadra. Siamo tutti forti nella mia squadra, e ci aiutiamo come possiamo, senza scambiare una parola, altrimenti ci mandano a lavorare fuori, coi pitzinnos.

Però siamo diventati troppo forti e troppo bravi, e troppo uniti, perché i signori vogliono di più per pagarci meno. O forse l’ultimo spettacolo a teatro non è piaciuto. Ptù, su fogu si los mandighet, il fuoco se li mangi.

Stamattina siamo rimasti fuori dal palazzo mentre c’era la riunione tra i padroni e i sindacalisti. Siamo rimasti in silenzio. Però forti come siamo non c’è bisogno di parlare o di muoversi. Così ci hanno sparato, nel silenzio. E noi non ci siamo mossi.

E’ strano questo freddo in settembre, non è come quello dell’inverno, è dolce, anche se ti entra nelle ossa pure lui e ti paralizza. Questo freddo di settembre ti toglie le forze poco a poco, è come una specie di sonno che ti viene all’improvviso e ti senti più stanco che aver fatto tre turni di lavoro senza fermarti mai. Questo freddo di settembre ti prende fino in fondo all’anima e ti apre gli occhi a forza su una specie di spiazzo pieno di luce. Talmente tanta luce che sembriamo puliti come non siamo mai stati, io, Salvatore e Giustino. E tutti gli altri dove sono?

Non pensavo che quando un minatore muore va dentro una terra che è tutta bianca, ma non è la polvere: è la luce.

Sono nato Felice, e non so cos’è. Però forse questa è la pace.

 

* Il 04/09/1904 ebbe luogo l’eccidio di Buggerru, in cui persero la vita tre minatori che scioperavano. Sono Felice Littera, Giustino Pittau e Salvatore Montixi. Questo racconto nasce dalla mia fantasia e dalle sensazioni che di fronte alla miniera ho sempre provato, in modo del tutto incomprensibile. 

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