Dellamorte.

I medici avevano fermato l’emorragia. Dopo venti ore di intervento che aveva coinvolto un’equipe medica di trentacinque persone si svegliava su un letto bianco in una stanza bianca e guardava il suo corpo ricamato da cinquemila punti di sutura. Era ovviamente un ricamo astratto, perché coordinare un’equipe di trentacinque ricamatori che lavoravano contemporaneamente sulla stessa stoffa era difficile. Era già un miracolo che fossero riusciti a non ripassare due volte sullo stesso punto, a non incrociarsi mentre lavoravano e a non lasciare spazi vuoti tra un punto e l’altro.

Non avrebbe più potuto indossare un costume da bagno, né posare più per nessun artista. Nemmeno un cubista avrebbe potuto trovare una prospettiva teorica dalla quale non si scorgessero i punti. Forse un artista cubista molto miope. O uno con molta immaginazione. Era più facile trovarne uno molto miope, però.

Non aveva più nemmeno un posto dove andare. Tranne quella strana corte dei miracoli dove vivevano quelle strane creature. Alcune non erano mai nate con sembianze umane. Altre, come lei, non  lo erano più. Magari si erano mutilati le gambe e le braccia per esigenze lavorative, come il lanciatore di coltelli. Che lanciava i coltelli con la bocca. C’era anche un tipo tutto intero senza sfregi che era lì perché innamorato di Desdemonia, quella che si prendeva cura di loro. O forse era lì perché le sue mutilazioni non si vedevano: stavano dentro.

Così, prima di entrare, alienò il suo ultimo alito di dignità dentro un palloncino rosso che poi lasciò libero. Non desiderava essere nei panni di chi se lo sarebbe visto scoppiare in faccia, perché quel giorno aveva mangiato il kebab. Ma insomma, erano pur sempre fatti di chi ci si sarebbe trovato.

Si cucì la bocca per evitare ulteriori emorragie dell’animo, coprì il fianco ed entrò.

[On Air: Massive Attack-Teardrop]

Liberamente ispirato a Tre, di Tiziano Sclavi.

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