What’s the story?

Io lo giuro che non è la voglia di piangersi addosso questa.

Sto cercando dentro le risorse giuste, ma s’è allagata la cantina.

E lo so che sembro pazza, mi ci sento io per prima, a parlare con Dio e scrivere ciò che gli dico.. E’ che proprio non riesco a trattenermi.

Sto cercando dentro le risorse giuste, si diceva. Mi ripeto che anche questo è solo un momento, che tutto questo ha un senso, che è servito a risolvere molte cose, che era mio dovere non scambiare il mezzo per la meta. Se non mi fossi sentita viva non avrei mai raccolto dentro di me tutta quell’energia.

La verità è che ho ripreso me stessa, che ho avuto il coraggio di rimettermi nelle mani di chi può curarmi perché io non ne avevo gli strumenti. La verità è che il mio corpo in un mese ha reagito in un modo che in medicina si chiamerebbe “miracolo”, lo dicono le radiografie, le ecografie, lo psicoterapeuta. La verità è che ho smesso di fumare nel momento più stressante e impegnativo, e la novità è che non ho acceso nessuna sigaretta nel momento più nero e difficile perché non è una sigaretta che desidero.

La verità è che posso essere orgogliosa di me e ringraziare Dio per avermi illuminato questa strada.

Ma….. Potevo pretendere da me di riconoscere l’illusione? Io ci ho creduto a quello che ho sentito, ci ho creduto fino alla fine… L’unico modo che ho per spiegare è che mi sento come l’animale affamato a cui si mostra il cibo (il “rinforzo” in psicologia cognitiva) per indurlo a fare il percorso che gli si è preparato.  Quell’animale sarà in grado di compiere qualsiasi passo per raggiungere il suo boccone, perché ha fame e ha bisogno di nutrirsi. Finito il percorso l’animale consuma il suo meritato pasto, attorno a lui si chiude la gabbia, ma non se ne accorge perché ha necessità di sfamarsi….

In questa storia interviene qualche variabile: una è la coscienza che ha suggerito che le probabilità di felicità erano assai sottili, ma se sai cos’è la fede ti bendi gli occhi e ti fai prendere per mano, perché dici a te stesso: “Sta andando bene, ti senti meglio, vale la pena rischiare, non esiste la sfortuna e se esiste non torna continuamente nella stessa vita allo stesso modo per troppe volte di seguito, Dio non abbandona i suoi figli”.

L’altra variabile è il finale, che è variato: arrivato il momento di dare il boccone al lupo gli si chiude attorno la gabbia e la sua bistecca è scomparsa, oppure è stata sostituita con una bistecca di gomma che emette orrendi suoni.

Nessuno psicologo cognitivo che fa esperimenti sugli animali si sognerebbe mai di fare una cosa simile. Perché? Perché se togli il rinforzo all’animale esso perderà quanto appreso, senza il rinforzo l’animale è disorientato e non sarà più in grado di riconoscere quello che deve fare per sopravvivere. Se un animale sa di non potersi garantire la sopravvivenza si lascia morire.

Siamo uomini, non animali? Rispondo con le parole di Giulio Casale

“Ho sognato come un uomo, corso come un uomo, per raggiungere almeno un po’ di realtà. E mi batto come un uomo, piango come un uomo, però sempre ho amato come un animale. E come tale adesso sono qua. Eccomi qua. […] Ti ho sognata come un uomo, corso come un uomo, per raggiungere almeno la tua realtà. Ora lotto come un uomo, soffro come un uomo, perché sempre ti ho amata come un animale e come tale adesso sono qua”.

Non posso cambiare il mio modo d’amare, che forse è davvero ridicolo. Ma mai mi sono sbagliata sulle persone di cui mi sono innamorata come un animale (poche a dire il vero): ciò che ho visto dentro i loro occhi s’è sempre manifestato nella loro vita, presto o tardi. Non posso cambiare il mio modo d’ innamorarmi, non posso essere diversa da un animale. Anche se ciò è ridicolo.

Parlo solo di me e del mio dolore nell’essere disorientata, ed è una scelta. Anche se un animale sa che ciò che procura dolore non è essere disorientati ma un senso di privazione. A cui, però, bisogna necessariamente arrendersi, perché il cuore dell’uomo non si può cambiare se non si è Dio. E io sono solo un animale.

Non mi chiedo il perché, stavolta, ma non posso non soffrire e lo farò fino alla fine, a costo di rimetterci la pelle. Perché stavolta non ho paura, non ho rimpianti, non ho rimorsi, non ho rancore. Continuo a pregare, a chiedere perdono e arrabbiarmi con Dio, e chiedere ancora perdono. Anche di quello che non capisco. Non gli chiedo di togliermi il dolore, magari di riprendersi la vita, sì.

 [On Air: Giulio Casale-Eccomi Qua]

 

 

Questa voce è stata pubblicata in cielo gonfio, giudizi universali. Contrassegna il permalink.

3 risposte a What’s the story?