Il Giorno Degli Ottantasei Tramonti

Nonostante la ruggine la possegga e la salsedine la lambisca da lontano, solo attraverso il vento, un’àncora è ancòra un’àncora.

Io e quella croce che porto: no words, just a sword. Una croce è una spada sulla mia lingua senza parole, insieme al vento, in alto sul mare.

Step by step: lascio le impronte su quella sabbia grossa, ogni granello fa ombra all’altro e luce e ombra disegnano le mie orme.

If Not Now: se non ora, quando? Scarpe troppo lisce per quella terra friabile, domino ancora il mare dall’alto e mi chiedo se la spuma possa avere la forza di arrampicarsi fino a lambire i miei piedi

Iànchèa: Io urlo e il mare biancheggia. Un grido, due, tre, dalle viscere più profonde. Quello che esce da me non è melodia, è animale. Un cuore in tempesta è temporale, il mare e il vento tacciono, fanno il vuoto attorno alla mia voce.

Credevo di esser sola, lo ero stata fino a quel preciso istante. Ma un incontro, a volte, non è né nel destino, né del destino: un incontro a volte è il destino. Quello che non so cosa significhi, ma io credevo di esser sola e non lo ero: alle mie spalle un uomo con occhi di un verde trasparente che sembra quello dell’onda, quel verde che c’è tra la spuma e la roccia. Portava sulle spalle un bastone con legato attorno un sacchetto della conad, come Sanpei, e aveva con sé tre cani, due grandi e un cucciolo. Un cucciolo selvatico, che si perde tra i cespugli e non vuol tornare anche se lo chiamano.

Questo è solo uno dei giorni in cui il sole è tramontato più di quarantatré volte.

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