04/09/1904*

Sono nato Felice.

Anche se non so cos’è. Mio nonno si chiamava così, forse. Babbo e mamma non me lo hanno mai raccontato perché quando ero piccolino non avevo un foghile, un braciere, su cui accovacciarmi la sera insieme ai miei nonni: nonna era morta di parto e nonno aveva la polvere nei polmoni e rimase presto senza fiato; vide giusto giusto mio padre sposarsi. I genitori di mamma non so chi siano.

Noi si è sempre stati una famiglia unita. Quando ero piccolo, ma non piccolino come mio fratello, uscivamo tutti e quattro insieme la mattina nel freddo becco dell’inverno a Bujèrru, ognuno col suo paiolo, per andare alla miniera. Babbo ci dava un bacio sulla fronte pulita ancora per poco, prima di calare nella terra.

E così trascorreva la giornata, come quella precedente e come la seguente, noi e mamma a lavorare fuori e babbo a lavorare dentro. Quando arrivava il cambio di turno tutti noi bambini, pitzinnos, facevamo le scommesse su chi dei nostri padri sarebbe tornato con l’asino più carico. Babbo era tra i più forti, ma non tra i più furbi.

Solo una volta era uscito prima della fine del turno: quando è morto mio fratello, che non era forte come lui e al freddo si ammalava sempre. Aveva nove anni, io quel giorno ne compivo dodici e non mi hanno lasciato andare a interrarlo perché era il mio primo giorno dentro la terra . Quando sono sceso al buio ho pensato che stavo accompagnando mio fratello, anche se io ero vivo e lui no, era un modo per essere uniti ancora una volta.

Noi si è sempre stati uniti. Nella disgrazia.

Io sono diventato più forte anche di babbo, che alla mia età aveva già i polmoni pieni, e un po’ più furbo: l’asino porta fuori solo otto carrelli, ma riesco a farlo partire anche con dieci, non sempre però, perché altrimenti il minimo di cottimo aumenta troppo e ci pagano di meno. Allora i carrelli in più li attacco ai colleghi della mia squadra. Siamo tutti forti nella mia squadra, e ci aiutiamo come possiamo, senza scambiare una parola, altrimenti ci mandano a lavorare fuori, coi pitzinnos.

Però siamo diventati troppo forti e troppo bravi, e troppo uniti, perché i signori vogliono di più per pagarci meno. O forse l’ultimo spettacolo a teatro non è piaciuto. Ptù, su fogu si los mandighet, il fuoco se li mangi.

Stamattina siamo rimasti fuori dal palazzo mentre c’era la riunione tra i padroni e i sindacalisti. Siamo rimasti in silenzio. Però forti come siamo non c’è bisogno di parlare o di muoversi. Così ci hanno sparato, nel silenzio. E noi non ci siamo mossi.

E’ strano questo freddo in settembre, non è come quello dell’inverno, è dolce, anche se ti entra nelle ossa pure lui e ti paralizza. Questo freddo di settembre ti toglie le forze poco a poco, è come una specie di sonno che ti viene all’improvviso e ti senti più stanco che aver fatto tre turni di lavoro senza fermarti mai. Questo freddo di settembre ti prende fino in fondo all’anima e ti apre gli occhi a forza su una specie di spiazzo pieno di luce. Talmente tanta luce che sembriamo puliti come non siamo mai stati, io, Salvatore e Giustino. E tutti gli altri dove sono?

Non pensavo che quando un minatore muore va dentro una terra che è tutta bianca, ma non è la polvere: è la luce.

Sono nato Felice, e non so cos’è. Però forse questa è la pace.

 

* Il 04/09/1904 ebbe luogo l’eccidio di Buggerru, in cui persero la vita tre minatori che scioperavano. Sono Felice Littera, Giustino Pittau e Salvatore Montixi. Questo racconto nasce dalla mia fantasia e dalle sensazioni che di fronte alla miniera ho sempre provato, in modo del tutto incomprensibile. 

Questa voce è stata pubblicata in cielo immaginato. Contrassegna il permalink.

2 risposte a 04/09/1904*